La morte felice

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Un povero impiegato, Patrice Mersault, incontra un vecchio colto e infermo, Zagreus. Patrice lavora in un ufficio portuale, conduce una vita normale e ama la solitudine. Non si è mai innamorato, ma ha avuto varie relazioni amorose; egli brama la felicità, intesa come realizzazione di un desiderio interiore di libertà, conoscenza e autodecisione. Zagreus gli indicherà la direzione da seguire: per essere felici occorre il tempo, il quale si compra coi soldi. Egli offre a Mersault il metodo per raggiungere la felicità: ucciderlo per porre fine alle sue prolungate sofferenze. Nella teoria formulata da Zagreus, il cammino della felicità inizia quindi dalla morte di un infermo, preludio di una morte felice.
Patrice partirà poi in viaggio, visitando Praga e Genova, prima di ritornare ad Algeri. Condividerà del tempo con tre amiche e si sposerà infine con Lucienne, che non ama, ma predilige come compagna, avvertendo un’incessante irrequietezza del proprio spirito. Trova la felicità in una casa sul mare, immerso nella tanto spasimata solitudine. Dopo un breve periodo, a scombinare la vita di Patrice sarà però la malattia, a cui reagirà inizialmente con rabbia, perché considerata un male che stordisce l’uomo nel momento più intenso della vita. Sarà però l’incontro con la morte, la preparazione a questo evento, a dargli modo di rileggere la propria esistenza. Rifiutando una «morte non vissuta», confida all’amico medico di voler morire sveglio «vedendoci chiaro», non dormendo. Patrice accetta la morte dignitosamente poiché possiede la certezza di aver saputo vivere felice, seppur brevemente, conservando la propria coscienza. Si avvera così la morte felice, ovvero la fine della vita felice di Patrice Mersault.

Albert Camus
(Mondovi, 7 novembre 1913 – Villeblevin, 4 gennaio 1960)

E’ stato uno scrittore, filosofo, saggista, drammaturgo, giornalista e attivista politico francese.
Con la sua multiforme opera è stato in grado di descrivere e comprendere la tragicità di una delle epoche più tumultuose della storia contemporanea, quella che va dall’ascesa dei totalitarismi al secondo dopoguerra e al concomitante inizio della guerra fredda. Non solo: le sue riflessioni filosofiche, magistralmente espresse in immagini letterarie, hanno una valenza universale e atemporale capace di oltrepassare i meri confini della contingenza storica, riuscendo a descrivere la condizione umana nel suo nucleo più essenziale.
Il suo lavoro è sempre teso allo studio dei turbamenti dell’animo umano di fronte all’esistenza, in balia di quell’assurdo definito come «divorzio tra l’uomo e la sua vita». L’unico scopo del vivere e dell’agire, per Camus, che pare esprimersi dialetticamente fuori dell’intimità esperienziale, sta nel combattere, nel sociale, le ingiustizie oltre che le espressioni di poca umanità, come la pena di morte: «Se la Natura condanna a morte l’uomo, che almeno l’uomo non lo faccia», usava dire.
Camus ricevette il Premio Nobel per la letteratura nel 1957.
Malato da anni di tubercolosi, morì nel 1960 in un incidente stradale.

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